​La celiaca non aumenta il rischio di demenza

Uno studio svolto dai ricercatori della Columbia University e appena pubblicato sul Journal of Alzheimer's Disease conclude che nei pazienti affetti da malattia celiaca non esiste alcun aumento del rischio di demenza, né prima né dopo la diagnosi di celiachia. Fino al 10% dei pazienti con celiachia lamenta sintomi neurologici tra cui polineuropatia, epilessia, demenza e deficit mnemonici, ma finora non è stata dimostrata alcuna associazione statisticamente significativa tra malattia celiaca e successivo sviluppo di demenza o morbo di Alzheimer. «Anche se è stato riportato che l'ingestione di glutine potrebbe causare la comparsa di disturbi cognitivi in individui con e senza celiachia» afferma Peter Green, coautore dell'articolo, professore di medicina alla Columbia e direttore del Centro celiachia, aggiungendo che non è noto se questi effetti abbiano conseguenze sul lungo periodo in termini di aumentato rischio di demenza. E per approfondire l'argomento i ricercatori statunitensi, in collaborazione con i colleghi del Karolinska Institutet di Stoccolma in Svezia, hanno analizzato i dati di 8.846 ultracinquantenni confrontando celiaci e controlli per quanto riguarda il tasso di demenza. Questo tasso dopo un follow-up di circa otto anni è risultato sovrapponibile nei due gruppi: 4,3% dei soggetti con malattia celiaca e 4,4% nei controlli.

«Dato anche l'interesse del pubblico per gli effetti del glutine sulla funzione mentale, questi dati dimostrano che la celiachia non aumenta il rischio di Alzheimer né quello di demenza prima della diagnosi di celiachia» riprende Green, precisando che dall'analisi dei dati è emerso un piccolo aumento del rischio di demenza vascolare che tuttavia è minimo e secondo gli autori potrebbe essere dovuto a una casualità. «Questo studio finalmente smentisce con prove concrete chi afferma che grano, glutine o cereali in generale hanno effetti cerebrotossici e possono essere responsabili di un aumento della demenza e dell'Alzheimer» concludono i ricercatori.

J Alzheimers Dis. 2015. doi: 10.3233/JAD-150388
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26444775